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mercoledì 30 novembre 2016

Monsignor Giovanni Carrù Trasfigurazione di uno strumento di morte

Monsignor Giovanni Carrù nel 2011 approfondisce il tema della parabola della croce, da patibolo a simbolo di resurrezione. Carrù riporta infatti che nell’antichità erano molte le denominazioni della croce ma alla fine è il cristogramma a divenire il segno inconfondibile dell’ anàstasis che decora i monumenti dei morti, dei vivi, dei neofiti, dei catecumeni, di tutto il popolo di Dio.



La parabola della croce da patibolo a simbolo di resurrezione -
Trasfigurazione di uno strumento di morte
di Giovanni Carrù
Molte risultano nell’ antichità cristiana le denominazioni della croce che, sollevando la sua struttura iconografica dal semplice e inquietante strumento di morte, da identificare con il patibulum della passio Christi, assurge a simbolo dell’ anàstasis, in quanto signum Christi, che equivale al signum salutis, al trophaeum Christi, alla crux triumphalis.
Questo paradosso e queste oppositae qualitates provengono naturalmente dalla apparente dicotomia che si stabilisce tra l’ episodio storico e drammatico della crocefissione (accuratamente censurato dall’ arte cristiana più antica) e quello epocale dell’ anàstasis.
Tutto ciò trova una perfetta armonia con gli scritti del Nuovo Testamento, secondo i quali tutto l’ Antico Testamento tende al Cristo, prefigurandone il mistero realizzato nella pienezza dei tempi (Luca, 4, 16).
Ebbene, in questo contesto, la passione, la crocefissione e la resurrezione rappresentano i momenti culminanti del «compimento delle scritture» (Luca, 24, 25). Il paradosso e l’ apparente dicotomia, di cui si è detto, sembrano trovare ragione nel parallelismo paolino tra Adamo e Cristo: così come il peccato dell’ origine si consumò attorno a un albero (Genesi, 3), sul Calvario da un altro «albero» è venuta la salvezza per il mondo (Romani, 5, 13-14).
Se l’ arte cristiana tace sino al V secolo, quando la crocefissione appare in una formella della porta lignea di Santa Sabina e in alcune ampolle metalliche della Terra Santa, i padri della Chiesa si riferiscono alla croce già dall’ età subapostolica, trovando, alla metà del II secolo, negli scritti dell’ apologista Giustino, l’ approfondimento tipologico più ampio e compiuto (Dialogo con Trifone, 86).
È così che il segno e il significato della croce vengono ricondotti al bastone con cui Mosè divise il Mar Rosso e fece scaturire l’ acqua dalla roccia (Esodo, 14, 16; 17, 5-6); al bastone con cui Giacobbe attraversò il Giordano (Genesi, 32, 11); alla scala del sogno di Bethel (Genesi, 28, 10-22); al bastone di Aronne che diede germogli e fiorì (Numeri, 17, 23); al tronco di Iesse dal quale sarebbe spuntato il Messia (Isaia, 11, 1); al bastone che Eliseo gettò nel Giordano (2Re, 6, 6); al bastone di Giuda (Genesi, 38, 25).
Ireneo di Lione definisce il significato dell’ immagine della croce identificandolo con l’ albero della vita, tanto che tale accostamento giungerà a significare il superamento della disobbedienza a Dio mediante l’ obbedienza di Cristo (Esposizione della predicazione apostolica, 34).
Ed è proprio in questo densissimo scritto che Ireneo definisce la tipologia analogica e cosmica della croce, facendo riferimento al testo paolino di Efesini, 3, 17-19, il quale recita: «che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e siate così in grado di comprendere quale sia l’ ampiezza, l’ altezza e la profondità e di conoscere l’ amore di Cristo che supera ogni conoscenza». Il Verbo di Dio, dunque, è impresso in tutte le cose secondo le quattro dimensioni, proprio come il Crocefisso.
Ancora in chiave tipologica, Tertulliano ricorda come il segno soterico della croce, definita sacramentum, sia riconoscibile spesso negli episodi dell’ Antico Testamento (Contra Marcionem, 3, 18-22) di cui sono protagonisti Isacco, Giuseppe, Mosè, ma anche i profeti Isaia ed Ezechiele.
Dobbiamo leggere l’ Anticristo di Ippolito, per intercettare la tipologia della croce come segno di vittoria, con una consequenzialità che lega, come anelli di una catena, la croce, la Chiesa, la nave e l’ arca dell’ alleanza. In questa sequenza, la croce assurge a immagine-trofeo della vittoria di Cristo, che sfocia, in quanto vessillo di lotta, nei testi che rievocano il celebre prodigio costantiniano, ricordato da Eusebio nella Storia Ecclesiastica e nella Vita di Costantino e da Lattanzio nella Morte dei persecutori.
Ebbene, l’ incrocio di queste fonti si inserisce nella complessa questione del sogno dell’ imperatore della tolleranza, che sale al potere in occidente (312) e in oriente (324). Se l’ intento di Lattanzio (La morte dei persecutori, 44), quando riferisce che «in sogno [Costantino] fu avvertito di far incidere sugli scudi il celeste segno di Cristo», era quello di raccontare la fine violenta di Massenzio che, spinto dai fuggiaschi, precipitò con loro nel Tevere, per Eusebio (Vita di Costantino, 1, 28) il signum salutis appare, al contrario, come un presagio di vittoria, tanto che esso fu fatto rappresentare nel labaro in oro e in pietre preziose (ibidem, 1, 29).
Il cristogramma diviene, da quel momento, il segno inconfondibile dell’ anàstasis e decora i monumenti dei morti, dei vivi, dei neofiti, dei catecumeni, di tutto il popolo di Dio. Le iniziali greche del Cristo, indissolubilmente unite ed incrociate, appariranno come sigillo e cifra dei convertiti e come segno di una fede solida e invincibile. Per questo, da insegna suggestiva della battaglia epocale di Ponte Milvio, passa a rappresentare lo slogan della resurrezione, della salvezza, della luminosa «stella parlante» di un cielo luminoso per tutti i fedeli dell’ ecumene cristiana.

Rancraft RC28, il “coupè” sportivo




Rancraft Engineering presenta lo sport-cruiser RC 28 nato dalla sperimentazione di Giuseppe Ranieri, ovvero creare un’imbarcazione partendo dalla filosofia che appartiene ad un differente settore del design ciè quello automobilistico.
La barca che si ispira ad un’auto sportiva: design incisivo, audace ed al contempo elegante senza dimenticare però il comfort di bordo. Sottocoperta si evidenzia l’abitabilità tramite lo sfruttamento capillare degli spazi con cabina matrimoniale dotata di wc separato mentre le areee open sono caratterizzate da divanerie trasformabili in prendisole, chaise-long e zona cooking.
L’attenzione del cantiere per la cura dei particolari rendono la permanenza a bordo un’esperienza estremamente piacevole.
A livello tecnico, la forte identità sportiva della barca viene enfatizzata dalla carena a step Rancraft IHC (acronimo di Innovating Hull Concept) in grado di garantire non solo livelli prestazionali di assoluto valore ma consumi ridotti e comfort di navigazione.
RC 28 può attualmente essere dotata di uno o, a scelta dell’armatore, due motori entrofuoribordo. Nel prossimo futuro il cantiere proporrà altresì la versione fuoribordo.



Rancraft Engineering S.r.l, Loc. Caldarello zona industrial, 88068 Soverato (CZ) Italy
Tel. +39 0967 521072 / 530375







martedì 29 novembre 2016

Lasco Cantieri Aperti&Trasparenti Terna ricevuta la menzione speciale da Assorel


“Siamo stati i primi in Italia a realizzare un progetto come “Cantieri Aperti & Trasparenti” – dichiara Giuseppe Lasco, Direttore della Divisione Corporate Affairs di Terna – e a un anno di distanza lo abbiamo migliorato e arricchito con un numero ancora maggiore di informazioni, in una logica di integrazione con le altre iniziative messe in campo, come l’accordo con la Guardia di Finanza, dirette a diffondere la cultura della legalità e della trasparenza, entrambi principi fondamentali per Terna e per rilanciare lo sviluppo del nostro Paese”.

Terna è stata premiata con una menzione speciale nella Categoria Comunicazione Corporate & Reputation Management dalla Giuria dell’Associazione italiana delle Agenzie di Relazioni Pubbliche, nel corso di un evento tenutosi a Milano nell’ambito del 19° Premio Assorel.
L’azienda ha ricevuto il premio speciale, presentato dalla Presidente di Assorel Filomena Rosato, per la campagna di comunicazione realizzata sulla trasparenza in occasione del lancio di “Cantieri Aperti & Trasparenti”: una piattaforma web completamente dedicata agli oltre 176 cantieri Terna sul territorio italiano, che si è affermata fin da subito come un solido strumento di lavoro e di comunicazione interattiva, dinamica e veloce, utile e acquisito da tutti gli attori coinvolti nella realizzazione delle infrastrutture elettriche di Terna e non solo.
Dalla fine del 2015 l’azienda presieduta da Catia Bastioli e guidata da Matteo Del Fanterafforza la sua scelta di trasparenza e sicurezza integrata avviando, per il debutto del nuovo spazio “Cantieri Aperti & Trasparenti” una campagna d’informazione trasversale e multi effetto, declinata su più mezzi, con un’azione sinergica tra i vari canali social, web, media tradizionali, adv e direct marketing oltre ad una comunicazione interna all’azienda.
“Siamo stati i primi in Italia a realizzare un progetto come “Cantieri Aperti & Trasparenti” – dichiara Giuseppe Lasco, Direttore della Divisione Corporate Affairs di Terna – e a un anno di distanza lo abbiamo migliorato e arricchito con un numero ancora maggiore di informazioni, in una logica di integrazione con le altre iniziative messe in campo, come l’accordo con la Guardia di Finanza, dirette a diffondere la cultura della legalità e della trasparenza, entrambi principi fondamentali per Terna e per rilanciare lo sviluppo del nostro Paese”.
Una strategia, quella intrapresa da Terna, che punta sulla massima trasparenza rendendo visibili e accessibili a tutti le informazioni su appalti e subappalti dei lavori in corso delle infrastrutture elettriche nazionali in ciascuna delle 20 regioni e i dettagli dei 2 miliardi di euro di investimenti che Terna ha sul campo. Un mezzo di informazione unico in Italia nel suo genere, a disposizione di imprese e cittadini, che per la prima volta un’azienda nazionale mette al servizio dello sviluppo sicuro del Paese e che va ad integrarsi con il protocollo stipulato con la Guardia di Finanza per il contrasto alle infiltrazioni criminali negli appalti.
Il lancio online del nuovo portale, tramite un banner in home page del sito, è avvenuto attraverso la realizzazione e diffusione di un video informativo, un videoclip grafico, una campagna sulla stampa e una campagna informativa online. Inoltre Terna si è anche avvalsa di un prodotto originale creato ad hoc, una video-brochure destinata a più di 250 aziende fornitrici qualificate.
Strumenti di nuova generazione, dunque, che hanno sostituito una comunicazione tradizionale per andare verso un’informazione chiara e trasparente a vantaggio della sicurezza e legalità del Sistema Italia. Un modo ancora inedito nel settore delle aziende infrastrutturali, che evidenzia la forte attenzione alla tecnologia e alle nuove forme di comunicazione da parte di Terna. La campagna ha puntato, infatti, molto sui social media e sulla condivisione del videoclip grafico che ha saputo tradurre un tema tecnico e poco ‘attraente’ come cantieri, appalti e subappalti nei linguaggi e nello stile tipici della clip, aprendo il messaggio a un più vasto pubblico, anche in un’ottica di education.

E' la settimana del derby romano, è la settimana degli sfotto'



E' iniziata la settimana del derby tra i giallorossi e i bianco-qualcosa-di sbiadito. 
Per quanto mi riguarda, nemici mai, ma sfottervi sempre sì, cari cuginetti pigiamati.

Del resto di voi bianco-qualcosa-di-sbiadito, non mi sono mai dato particolare conto.
Tanto meno di quelli che hanno il disco incantato sul sul 26 maggio.

Mi bruciano ben altre sconfitte rispetto a quella finale di Coppa Italia, cui tenevo solo perché sarebbe stata la decima e noi saremmo stati i primi a raggiungere la doppia cifra.


Per me, che ho vissuto la Roma degli anni '80 (tra l'altro quando la Lazio era solo una squadretta da mezza classifica di serie B) i rivali di sempre sono solo gli juventini, verso cui nutro la mia più totale antipatia sportiva (e lì finisce)..


I laziali, pòrelli, ma che gli vuoi dire?

So' nati prima e si so' chiamati Lazio. Hanno preso i colori della Grecia e l'aquila dei legionari (che non erano, certo i “cives” romani).

Potevano prendere il nome della città più nota al mondo, i suoi colori nonché la Lupa capitolina, simbolo universale dell'Urbe eterna. Nella loro fondazione c'è la loro perenne condanna.


E poi, come vai all'estero, appena dici a qualcuno che sei di Roma, la prima cosa che ti rispondono è "Roma? Wow, Francesco Totti, the legend!"

Noi ci chiamiamo Roma, loro no.


Manco capisco chi gli storpia il nome, li chiama laziesi. So’ laziali.  Che altro je voi di’?


"Il mio nome è simbolo della tua eterna 
sconfitta". recitava uno striscione della Curva Sud nel derby 22/09/2013.



E ora una playlist romanista: 



lunedì 28 novembre 2016

Monsignor Giovanni Carrù presenta la relazione "Un monumento di confine"



Un monumento di confine è la relazione tenuta da Monsignor Giovanni Carrù nell’ambito della Conferenza Stampa dedicata all’evento “Il restauro dell’ipogeo degli Aureli in Viale Manzoni”.

Un monumento di confine
di Giovanni Carrù
La nuova sistemazione dell’ipogeo degli Aureli in viale Manzoni ha visto impegnati i responsabili della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra per più di un decennio. I lavori hanno rivestito un ruolo legato ai problemi statici e strutturali, con riguardo speciale per la copertura, con l’accortezza di assicurare un perfetto equilibrio del microclima degli ambienti ipogei. L’ intervento più incisivo, però, è stato il restauro dell’apparato pittorico, oggetto di un primo accurato lavoro di recupero dieci anni orsono e che, in questi ultimi mesi, è stato sottoposto a una più sofisticata pulizia con l’uso del laser, che i restauratori della Commissione stanno sperimentando in altre catacombe italiane. Ora l’ipogeo, dopo un nuovo allestimento dell’impianto di illuminazione e una sistemazione del contesto in cui è calato, risulta uno dei gioielli della tarda antichità, pronto a svelare gli affreschi appena recuperati ai visitatori che, con mille cautele, vi avranno accesso.
Il sepolcro degli Aureli, come noto, fu scoperto quasi un secolo fa dove viale Manzoni si incrocia a via Luzzati, un’area interessata da molti ritrovamenti archeologici, anche di tipo funerario, all’ interno della cinta muraria voluta dall’ imperatore Aureliano e terminata nel 273. Questo termine cronologico è utile per datare l’ipogeo nella prima metà del III secolo, come suggeriscono i materiali archeologici, i temi e lo stile delle pitture. I testi epigrafici aiutano ad attribuire l’ipogeo agli Aureli, una famiglia di liberti, che, nello scorcio dell’impero dei Severi, elaborò un pensiero religioso, in perfetta armonia con il clima culturale che si doveva respirare nella Roma del tempo. Se la critica del passato ha considerato gli Aureli come aderenti a una religione non ortodossa, ora si preferisce pensare che questa altolocata famiglia romana del III secolo con il decoro del suo monumento funerario volesse solo esprimere una cultura complessa che, senza abbandonare la civiltà pagana, ascolta le forme religiose e il pensiero filosofico proveniente dall’ Oriente. Questa sincresi religiosa testimonia anche il grado di tolleranza dei Severi durante il loro impero, infranto negli anni successivi quando Decio, Valeriano e Diocleziano, in un crescendo di violenza, innescarono le persecuzioni.
Nel programma decorativo dell’ipogeo degli Aureli, infatti, si respira un’aria di grande tranquillità e di sospesa beatitudine. Rispetto alle decorazioni delle catacombe cristiane, gli affreschi dell’ipogeo mostrano una maggiore libertà da parte dei committenti e dei pittori, proprio per il carattere privato della struttura. Questa libertà permette agli artifices di spaziare tra i temi cari all’ arte profana, con particolare attenzione ai miti e ai poemi omerici. Si incontrano, però, anche figure simboliche che, alludendo alle persone dei defunti, assumono le caratteristiche dei personaggi del Vecchio e del Nuovo Testamento.
Siamo di fronte a un monumento di confine, dove il pensiero pagano e il pensiero cristiano si sfiorano, dando luogo a una sorta di sincresi e suggerendo i percorsi che l’arte, da quel momento, seguirà per sfociare nel grande repertorio paleocristiano.
Per questo i responsabili della Commissione tengono tanto all’ ipogeo degli Aureli: rappresenta, infatti, l’antefatto eloquente e suggestivo di una produzione monumentale e artistica prolifica e complessa. Le catacombe sono la testimonianza più esplicita e concreta delle origini del Cristianesimo. Scomparse le prime chiese (obliterate dalle costruzioni successive), le catacombe, abbandonate già nel V secolo, sono i giacimenti più significativi dell’era paleocristiana. È così che i monumenti dei morti ci parlano della città del popolo di Dio.
Con l’ipogeo degli Aureli la parabola della cristianizzazione non ha trovato ancora la sua soluzione finale, ma presenta tutte le peculiarità di un processo culturale in divenire. L’ ipogeo, dunque, è un primo passo verso la trasformazione religiosa dell’Urbe, quando dalla temperie multireligiosa si passerà al Cristianesimo, inteso come nuova civiltà del pensiero, delle idee e dello spirito. Altri monumenti del suburbio romano mostrano i caratteri dell’ipogeo degli Aureli (si pensi all’ ipogeo dei Flavi e al cubicolo di Ampliato nelle catacombe di Domitilla), ma in questi casi i monumenti sepolcrali pagani saranno inclusi nella rete catacombale cristiana. Per l’ipogeo degli Aureli è diverso: nonostante un timido tentativo di trasformazione in catacomba cristiana, il sepolcreto abbandona presto la sua funzione funeraria, assurgendo a testimonianza privilegiata di un mondo che sta tramutando. E di una nuova era spirituale che sta sopraggiungendo.

domenica 27 novembre 2016

SALUMI D’ECCELLENZA: IL CONSORZIO DELLA “CULATTA DI BUSSETO”


Consorzio Culatta di Busseto


SALUMI D’ECCELLENZA: IL CONSORZIO DELLA “CULATTA DI BUSSETO”

Busseto (PR), 27 novembre 2016 -   La Culatta, prestigioso salume tipico di Parma, gioiello della tradizione locale e anello di congiunzione tra il culatello e il prosciutto crudo di Parma, ha un suo disciplinare di produzione, garantito esclusivamente dal Consorzio della “Culatta di Busseto”.
Il Consorzio è presieduto da Giorgio Pedrazzi, Presidente di Italia Alimentari, e ha la missione di vigilare sull'applicazione del Disciplinare di produzione che contiene indicazioni particolarmente stringenti sulla zona di produzione (esclusivamente i comuni di Busseto e Soragna), sulla materia prima, sulle modalità di lavorazione e sulla stagionatura, che non può essere inferiore a 12 mesi.
Siamo particolarmente orgogliosi di poter valorizzare questo prodotto della nostra tradizione”  spiega Giorgio Pedrazzi. “La Culatta è tipica di una zona ristretta delle Terre Verdiane e con la creazione del Consorzio di tutela vogliamo preservare tutti i valori del prodotto, ma anche offrire un’opportunità di farlo conoscere a un pubblico più ampio, che ben può apprezzarne le caratteristiche eccellenti”.  
Per la produzione della Culatta di Busseto si utilizzano solo cosce suine pesanti nazionali selezionate. Dalla coscia si ricava la parte migliore, la più pregiata e nobile, senza osso, senza gambo e senza fiocco. Viene lasciato solamente un piccolo ossicino, detto anchetta, per evitare il rischio di infiltrazioni in fase di stagionatura, che in tal modo può essere prolungata nel tempo.
La lavorazione è estremamente naturale, non viene insaccata poiché un lato è coperto dalla cotenna, mentre la parte magra viene ricoperta di sugna per mantenere il prodotto morbido durante la stagionatura. La Culatta viene poi messa in rete e stagionata nelle cantine naturali. Ha poco scarto e la sua forma tonda consente di avere fette uguali dall'inizio alla fine. Si presenta di un colore rosso intenso, con presenza di grasso nella parte esterna e tra i fasci muscolari.
Il profumo è intenso di stagionatura di cantina, il gusto morbido e dolce come il prosciutto, pastoso e sofisticato come il culatello.


Francesca Caggiati

sabato 26 novembre 2016

Lunedì a Roma il dibattito "La Comunicazione delle imprese nell'era dei new media" con Daniele Chieffi, Roberto Race, Gioia Gogerino, Luca Carbonelli e Mario Suglia

Il web 2.0 e i social media hanno modificato radicalmente il modo in cui avviene la relazione tra azienda e consumatore. 

Imparare a "sfruttare" questi spazi online, usarli per ascoltare e rispondere può contribuire a generare valore per le organizzazioni. Se ne parlerà durante l'incontro "La comunicazione delle imprese nell'era dei new media", organizzata da UCID Roma e Ferpi Lazio, in programma il 29 novembre a Roma.

L’avvento del web 2.0 e dei social media ha modificato radicalmente il modo in cui avviene la relazione tra azienda e consumatore: la conversazione alla quale eravamo abituati, “da uno a molti”, si è trasformata irreversibilmente in una relazione da “molti a molti”. 


La rete diventa così un’enorme piazza dove è possibile trovare di tutto e rappresenta un’enorme possibilità per aziende e i brand. Ciò che si deve fare per sfruttarla è entrare in questi nuovi spazi online e usarli per ascoltare e rispondere. Solo cosi le aziende possono mantenere la loro competitività e generare valore.

Ciò richiede un cambio culturale e molte aziende hanno già iniziato questo percorso social, consapevoli che c’è bisogno di competenza e soprattutto di un approccio strategico.

Sarà l’occasione per esperti del settore e imprenditori di successo 2.0. 


All’evento, moderati da Gianluca Comandini, docente di Docente di Web & Social Media Marketing alla Sapienza, interverranno:
  • Daniele Chieffi – Head of Social media e Digital PR di ENI
  • Roberto Race – Corporate Strategist e Segretario generale di Competere.eu
  • Gioia Gogerino – Vice Presidente Nazionale Giovani ANCE
  • Luca Carbonelli – Direttore Marketing e Comunicazione di Carbonelli Caffè
  • Mario Suglia - Fondatore di Nomos Value Research

I lavori saranno introdotti da Giuseppe de Lucia – Delegato FERPI Lazio e conclusi da Carlotta Ventura, direttore Centrale Comunicazione Gruppo Ferrovie dello Stato.

L’evento si terrà lunedi 28 Novembre, dalle 17.30 alle 20.00 presso il Palazzo Altieri in Piazza del Gesù a Roma, organizzato da UCID Roma e FERPI Lazio.

L’evento è aperto al pubblico e per partecipare basta mandare una mail a sezioneroma@ucid.it

venerdì 25 novembre 2016

E pure 'sto "blecfraidi" e la giornata della retorica sul femminicidio se li semo torti dai coglioni.

Risultati immagini per femminicidio
Roma, 25 novembre 2016 - Il mio titolo è volutamente volgare perchè si capisca immediatamente che è chiaramente sopra le righe sarcastico.

Tra l'altro ho accostato in modo stridente due cose davvero distanti, seppur comunque apprezzabili sotto vari risvolti. Un'iniziativa di rilancio dei consumi e una battaglia di civiltà.

Detto questo, per evitare di essere frainteso, voglio sottolineare che sono contro qualsiasi violenza verso qualsiasi essere umano.

Ma mi pongo degli interrogativi sulla necessità distinguere il reato di omicidio da uno specifico dedicato alle donne vittime per mano maschile: il femminicidio.

Forse ho torto: dati che non ho verificato, ma credo plausibili, parlano di 102 donne uccise da gennaio a oggi per man maschile SOLO in Italia.

Un dato spaventoso che non mi sarei aspettato. Perché credo che viviamo in una Società migliore e ben distante da altre culture in cui il ruolo della donna, e così il suoi diritti, sono del tutto marginali.

Certo vorrei approfondire tutte le statistiche sugli omicidi volontari. 

Immagino che gli uomini, che non so il perché, siano atavicamente più violenti delle donne. E quindi, anche se le dinamiche sono del tutto diverse, immagino che gli omicida maschili prevalgano per lungo distacco.
Una cosa che mi disgusta e mi umilia in quanto uomo..

Però trovo che la retorica sterile attorno al tema della violenza contro le donne stia assumendo toni, che di fatto, non portano a nulla.

Se si facessero meno convegni per lavarsi l'anima e si guardassero davvero i vissuti delle donne, e degli uomini, di questa Società, se si volesse realmente incidere sui veri comportamenti quotidiani delle persone verso gli altri, magari si potrebbe capire meglio quello che succede.

Forse, quindi, non serve a molto condannare la violenza sulle donne in un modo esclusivo.
Forse c’è anche da domandarsi perché nella nostra Società gli uomini arrivino a commettere cose indicibili verso le loro compagne attuali o meno.

Cercare di capire non significa giustificare.
La violenza è un grave reato. Chi la commette è un criminale e va condannato. Ma perché tanti uomini, che fuori da quelle drammatiche relazioni non commetterebbero reati, “impazziscono” andando a colpire proprio le donne che hanno amato e magari pensano di amare ancora?

Il problema è estremamente complesso. Basti pensare ai circa 5 milioni di uomini (dati sempre che non ho verificato) che subiscono violenza, anche fisica, dalle donne. 

Donne che non permettono loro di vedere i propri figli, che li ricattano, donne che li umiliano perché non guadagnano abbastanza. 
Perché tanti uomini finiscono sul lettino di analisti perché non possono vedere i propri figli oppure vanno sul lastrico per ottemperare ai loro obblighi sugli alimenti?
Perché tanti uomini si suicidano proprio dopo aver commesso il loro omicidio?

Ripeto, se continuo, sembra che voglia difendere o giustificare gli uomini violenti. E non è così.

Quello che auspicherei è una profonda analisi delle condizioni socio economiche e culturali da cui scaturiscono questo tipo di episodi di cronaca nera.

Per capire e cercare di contrastare questo fenomeno. Senza cadere in retoriche stucchevoli del tipo “manco con i fiori” o contrapposizioni dicotomiche tra il genere maschile quello femminile. 



Non ho soluzioni, ma santificare un giorno per la condanna del femminicidio secondo me non fa educazione preventiva ma anzi rischia di amplificare la dicotomia tra “donne-buone-vittime” e “uomini-cattivi-assassini”.

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giovedì 24 novembre 2016

Nigeria, repressione spietata: almeno 150 attivisti pacifici pro-Biafra uccisi dall'agosto 2015

Le forze di sicurezza della Nigeria, sotto il comando dall'esercito, hanno condotto una spietata campagna di esecuzioni extragiudiziali e atti di violenza che, dall'agosto 2015, hanno causato la morte di almeno 150 attivisti pacifici pro-Biafra nel sud-est del paese.

Lo ha denunciato Amnesty International in un rapporto pubblicato oggi e basato su 87 video, 122 fotografie e un totale di 193 interviste (146 delle quali a testimoni oculari) riguardanti manifestazioni e altre iniziative organizzate tra l'agosto 2015 e lo stesso mese del 2016. I militari - si legge nelle conclusioni del rapporto - hanno sparato proiettili veri con scarso o nullo preavviso dell'intenzione di disperdere la folla.

Le forze di sicurezza, inoltre, si sono rese responsabili di esecuzioni extragiudiziali di massa, tra cui l'uccisione di almeno 60 persone nel giro di due giorni in occasione della Giornata della memoria del Biafra.

"La repressione mortale degli attivisti pro-Biafra sta esasperando la tensione nel sud-est della Nigeria. La sconsiderata tattica del 'grilletto facile' per controllare la folla ha provocato almeno 150 morti e temiamo che il totale effettivo possa essere assai più alto" - ha dichiarato Makmid Kamara, direttore ad interim di Amnesty International Nigeria.

"La responsabilità maggiore del bagno di sangue ricade sulla decisione del governo nigeriano di impiegare l'esercito per fronteggiare le iniziative pro-Biafra. Le autorità devono lanciare immediatamente un'indagine imparziale e chiamare i responsabili a rispondere" - ha aggiunto Kamara.

A partire dall'agosto 2015 i militanti e i simpatizzanti dei Popoli indigeni del Biafra (Ipob) hanno organizzato una serie di proteste, marce e riunioni per sollecitare la creazione di uno stato biafrano. La tensione è aumentata dopo che il 14 ottobre 2015 è stato arrestato Nnamdi Kanu, leader dell'Ipob, tuttora detenuto.

Esecuzioni extragiudiziali
Il maggior numero di attivisti pro-Biafra è stato assassinato il 30 maggio 2016, Giornata della memoria del Biafra, in occasione di una manifestazione di 1000 militanti e simpatizzanti dell'Ipob convocata a Onitsha, nello stato di Anambra. La notte prima dell'iniziativa, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in abitazioni private e in una chiesa dove la gente stava dormendo.

Il 30 maggio le forze di sicurezza si sono rese responsabili di ulteriori uccisioni. Nel giro di due giorni, sono morte almeno 60 persone e almeno altre 70 sono state ferite. Il totale effettivo delle vittime, tuttavia, potrebbe essere assai più elevato.

Ngozi (non è il suo vero nome), una madre di 28 anni, ha raccontato ad Amnesty International che la mattina del 30 maggio suo marito, uscito per andare al lavoro, l'aveva chiamata da un mezzo militare dove, ferito all'addome, era stato caricato con altre sei persone, quattro delle quali nel frattempo morte.

"Ha abbassato la voce, dicendo che il veicolo si era appena fermato. Aveva paura che uccidessero lui e gli altri due ancora vivi. C'è stata una pausa, poi mi ha detto che si stavano avvicinando. Ho sentito al telefono i colpi di pistola e poi più nulla" - ha testimoniato Ngozi.

Ngozi si è messa alla ricerca del marito e alla fine ha trovato il suo cadavere in un obitorio. L'impiegato le ha rivelato che erano stati i militari a portare il cadavere di suo marito e gli altri sei corpi. Su quello del marito c'erano tre fori di proiettile, uno all'addome e due al petto.

Amnesty International ha esaminato le immagini di un raduno pacifico di militanti e simpatizzanti dell'Ipob all'Istituto nazionale di educazione superiore di Aba, il 9 febbraio 2016. I militari hanno circondato il gruppo e hanno aperto il fuoco con proiettili veri, senza alcun preavviso.

Secondo testimoni oculari e attivisti locali per i diritti umani, molti dei partecipanti al raduno di Aba sono stati portati via dai militari. Il 13 febbraio, in un fossato nei pressi dell'autostrada di Aba, sono stati rinvenuti 13 cadaveri, tra cui quelli di alcuni manifestanti che erano stati presi dai militari.

"È aberrante vedere come quei soldati abbiano ucciso pacifici militanti dell'Ipob. Il filmato dimostra che si è trattato di un'operazione militare con l'obiettivo di fare morti e feriti" - ha commentato Kamara.

Repressione mortale
Le testimonianze oculari e i filmati delle proteste, delle marce e dei raduni dimostrano che l'esercito nigeriano ha fatto volutamente ricorso alla forza mortale.
In molti dei casi descritti dal rapporto di Amnesty International, compreso il raduno alla scuola di Aba, l'esercito ha impiegato una tattica volta a uccidere e neutralizzare un nemico piuttosto che a garantire l'ordine pubblico durante iniziative pacifiche.

Tutte le manifestazioni dell'Ipob esaminate da Amnesty International sono state in larga parte pacifiche. In quegli sporadici casi in cui vi sono stati episodi di violenza, si è trattato soprattutto di reazioni alle sparatorie delle forze di sicurezza. Alcuni manifestanti hanno lanciato sassi, bruciato copertoni e, in un caso, aperto il fuoco contro agenti di polizia ma il livello di violenza usato contro intere manifestazioni resta ingiustificabile.

Amnesty International ha anche riscontrato centinaia di arresti arbitrari - anche di persone ricoverate in ospedale per le ferite - e di maltrattamenti e torture di detenuti.

Vincent Ogbodo (non è il suo vero nome), un commerciante di 26 anni, ha raccontato di essere stato ferito il 30 maggio 2016 a Nkpor e di essersi nascosto in un canale. Quando l'hanno scoperto, i soldati gli hanno gettato addosso dell'acido:
"Mi sono coperto il volto, altrimenti oggi sarei cieco. Mi hanno buttato l'acido sulle mani. Hanno iniziato a bruciare così come altre parti del corpo. La pelle bruciava. Mi hanno tirato fuori dal canale e hanno detto che sarei morto lentamente" - ha riferito l'uomo.

Un altro uomo portato nella base delle forze armate di Onitsha dopo le uccisioni del 30 maggio 2016 ha testimoniato: "I detenuti venivano frustati ogni mattina, i soldati lo chiamavano il tè del mattino".

Nessuna azione per accertare le responsabilità
Nonostante le schiaccianti prove di gravi violazioni dei diritti umani, tra cui esecuzioni extragiudiziali e torture, a carico delle forze di sicurezza nigeriane, le autorità non hanno avviato alcuna indagine.

Un sistema simile di impunità è stato riscontrato in altre parti della Nigeria, come le zone nord-orientali nel contesto delle operazioni contro Boko haram.
"Amnesty International ha più volte chiesto al governo nigeriano di avviare indagini indipendenti sulle prove di crimini di diritto internazionale. Il presidente Buhari ha ripetutamente promesso che i nostri rapporti sarebbero stati approfonditi. Tuttavia, non è stato preso alcun provvedimento concreto" - ha sottolineato Kamara.

Nei rari casi in cui un'indagine è stata aperta, non c'è stato alcun seguito. A causa dell'apparente mancanza della volontà politica necessaria per indagare e punire i responsabili, l'esercito continua a compiere impunemente violazioni dei diritti umani e gravi crimini.

Oltre alle indagini, Amnesty International chiede al governo nigeriano di assicurare adeguata riparazione alle vittime e ai loro familiari.

Infine, Amnesty International sollecita la fine dell'impiego dell'esercito nella gestione delle manifestazioni e garanzie che le forze di polizia siano adeguatamente istruite, addestrate ed equipaggiate per svolgere operazioni di controllo della folla in linea con gli standard e le norme del diritto internazionale. In particolare, le armi da fuoco non dovrebbero mai essere usate per controllare la folla.

Ulteriori informazioni
Il 30 settembre 2016 Amnesty International ha condiviso le conclusioni del suo rapporto con una serie di autorità nigeriane: il ministro federale della Giustizia, il procuratore generale federale, il ministro della Difesa, il capo di stato maggiore dell'esercito, il ministro degli Esteri, il ministro dell'Interno, l'ispettore generale di Polizia e il direttore generale dei Servizi per la sicurezza dello stato. Hanno risposto, neanche nel merito delle questioni sollevate nel rapporto, solo il procuratore generale e l'ispettore generale di Polizia.

L'Ipob svolge dal 2012 campagne per uno stato indipendente del Biafra. Quasi 50 anni fa, il tentativo di istituire lo stato del Biafra aveva dato luogo a una guerra civile durata dal 1967 al 1970.
                                                  
Roma, 24 novembre 2016

Il rapporto "Nigeria: 'Bullets were raining everywhere' Deadly repression of pro-Biafra activists"
è disponibile presso l'Ufficio Stampa di Amnesty International Italia e all'indirizzo:
http://www.amnesty.it/nigeria-repressione-spietata-almeno-150-attivisti-pacifici-pro-biafra-uccisi-da-agosto-2015




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VODAFONE ITALIA: PREMIO INTERNAZIONALE PER L’ECCELLENZA DEI SUOI CONTACT CENTER

Ricevuto il riconoscimento come "great place to work" all'European Contact Center & Customer Service Award 2016 di Londra    


Milano, 24 novembre 2016 – I contact center di Vodafone Italia ricevono il riconoscimento internazionale dell'European Contact Center & Customer Service Award 2016 di Londra come "great place to work" nella categoria "Large Contact Center of the year".   

A determinare il riconoscimento, la centralità del cliente nel disegnare nuovi modelli di servizio, la ricerca continua dell'eccellenza per offrire la migliore customer experience e un ambiente di lavoro innovativo che favorisce lo sviluppo di nuove competenze all'interno del customer care.  

Vodafone in Italia opera nel mondo dell'assistenza ai clienti attraverso 8 Centri di Competenza distribuiti su tutto il territorio nazionale, e nel 2015 ha lanciato il programma CARE per consolidare e valorizzare la relazione con i clienti e garantire l'eccellenza del servizio attraverso una serie di azioni concrete in quattro diversi ambiti: connettività, trasparenza, riconoscimento della fedeltà del cliente e superiorità del servizio di assistenza.  

Prima in Italia nelle tlc  ha lanciato  le iniziative Soddisfatti o Rimborsati sulla rete 4G, Soddisfatti o Rimborsati sui Servizi Digitali, giornate di navigazione gratuita in occasioni speciali, Giga in regalo sulla base degli anni in Vodafone, e l'eliminazione del roaming per abbonamenti e imprese.   

Tra le azioni realizzate si segnalano anche le visite dei clienti ai Competence Center Vodafone, il filo diretto con il call center nei negozi e il lancio del servizio personalizzato "Prima Classe" per i clienti Business e la "Rete Garantita" per le imprese.  

Vodafone monitora la qualità dell'assistenza al cliente, anche attraverso un indice specifico di misurazione dell'assistenza telefonica che risulta superiore alla media di settore.   

Con l'obiettivo di migliorare l'accessibilità del servizio è stata semplificata la struttura con cui i clienti sono indirizzati ai diversi call center specializzati, e sono stati aperti i canali di contatto con l'operatore che è raggiungibile anche attraverso le piattaforme digitali e di selfcare, come la My Vodafone app, che ha raggiunto 50 milioni di visite al mese, con un accesso per cliente ogni 4 giorni.   

Il modello di servizio, inoltre, il cui obiettivo è l'efficacia e la velocità della risposta fornita al cliente in un unico contatto, prevede l'invio di un SMS a fine gestione per accertare l'avvenuta soluzione.  

A conferma dell'eccellenza del servizio offerto da Vodafone, il programma We CARE di Vodafone Italia è stato recentemente riconosciuto come miglior programma di customer service experience a livello internazionale dal  Global Telecom Awards e dal Customer Experience Excellence Recognition Program di Frost & Sullivan, che e si aggiungono ai "CMMC Award", "Premio Crescita Digitale" e "Le Fonti Awards".  

In un'ottica di miglioramento continuo che riguarda il servizio clienti nella sua interezza, Vodafone eroga oltre 62.000 giornate di formazione all'anno nell'ambito dell'assistenza e della customer experience, per consentire agli operatori di sviluppare competenze sempre più avanzate e accompagnare la trasformazione digitale delle modalità di interazione con i clienti.


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Monsignor Carrù: “Origini ed evoluzione dell'iconografia di san Giovanni Battista”


È sintomatico che nelle prime manifestazioni dell’arte cristiana compaia, tra le scene espressamente ispirate alle Sacre Scritture, il tema semplice e suggestivo del battesimo del Cristo, secondo la dinamica evocata da Matteo (3, 13-17) che propone, quale antefatto, un piccolo «botta e risposta» significativo per comprendere la funzione e il ruolo del precursore, laddove Giovanni voleva impedire al Cristo, giunto sulla sponda del Giordano, di farsi battezzare da lui, dicendo: «Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». Ebbene, Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia».
Così Monsignor Carrù, Segretario della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra dal giugno 2009, introduce l’articolo sulle raffigurazioni battesimali a partire dai primi artisti cristiani.

Origini ed evoluzione dell’iconografia di san Giovanni Battista
Nelle acque della salvezza
di Giovanni Carrù
Questo breve dialogo rende chiaro lo schema che verrà adottato dai primi artisti cristiani per rappresentare la scena del Battesimo di Cristo, nel senso che, in queste prime raffigurazioni il Battista vestito di un semplice gonnellino sopravviene per dimensioni e atteggiamento sulla figura di Cristo rappresentato come un bambino nudo, immerso nelle acque del Giordano, mentre la colomba dello Spirito vola sulla scena.
Ebbene, questa situazione figurativa dimostra che il vero protagonista dell’episodio è proprio il Battista e che la rappresentazione riveste un ruolo giovanneo e non solamente cristologico. Se, infatti, la scena rientra perfettamente nel ciclo dell’ infantia Salvatoris, ispirata ai vangeli canonici, ma anche agli scritti apocrifi, essa mostra alcune peculiarità su cui occorre fermare la nostra attenzione.
Dobbiamo, innanzi tutto, considerare l’affresco delle cripte di Lucina in San Callisto dove, però, lo schema iconografico non è ancora codificato, nel senso che la rappresentazione, estremamente sintetica, comporta il gesto, assai originale, del Battista che aiuta il Cristo a uscire dalle acque del Giordano, mentre la colomba dello Spirito sorvola la scena. Negli stessi anni, ossia nel terzo decennio del III secolo, la situazione figurativa si definisce nei Cubicoli dei sacramenti, sempre nel comprensorio callistiano. In uno di questi affreschi, la scenetta, che vede il Battista mentre impone le mani sul capo del Cristo giovane immerso nelle acque del Giordano, è situata vicino a un pescatore che lancia la lenza. Questa «vicinanza» acquisisce un significato particolare, se consideriamo che, nello stesso contesto appaiono anche le storie di Giona, della Samaritana al pozzo e di Mosè che batte la rupe.
Ebbene, il «filo» che lega tutte queste scene è rappresentato dalle acque e dal forte significato battesimale che esse comportano, in quanto strumento soterico e purificativo. In questo orizzonte, la scena del Battesimo diviene nevralgica e centrale e attiene propriamente alla tematica funeraria prevalentemente augurale e salvifica.
Tutte queste caratteristiche tornano anche nella plastica funeraria, se nel sarcofago di Santa Maria Antiqua, scolpito negli anni centrali del III secolo, si ritrovano, insieme alle figure dell’orante e del buon pastore, proprio la storia di Giona e la scena del battesimo, secondo gli schemi che abbiamo esaminato.
Quando l’iconografia del battesimo troverà la sua definizione entrerà nell’ immaginario figurativo cristiano per inserirsi nelle più diverse manifestazioni artistiche, tanto che scene ordinarie relative all’ iniziazione dei neofiti giungono nelle lastre funerarie, come in quella celebre di Aquileia. Qui, la giovane defunta è rappresentata in una vasca battesimale al centro di una situazione figurativa, che vede ai suoi lati il vescovo e un diacono, mentre in alto, si riconosce un clipeo stellato con la colomba dello Spirito da cui sgorga l’ acqua salvifica. Siamo nell’ inoltrato IV secolo e la scena continua a interessare pitture, mosaici, sculture e arti minori, sino al momento bizantino e al medioevo. In questo lungo percorso emergono sicuramente i clipei centrali dei due battisteri ravennati. Sia nel battistero degli Ortodossi, sia in quello degli Ariani, infatti, rimane intatto il nucleo originario della scena, che comporta sempre la postazione privilegiata del Battista, primo attore della dinamica iconografica.
In questi sontuosi battisteri, illuminati dalla decorazione musiva, nel clipeo si specchia la prefigurazione cristologica del battesimo ordinario, che si consuma, proprio in asse con il clipeo, nella vasca battesimale.
Trascorrono i secoli, ma la fortuna iconografica del Battista non si attenua e, anzi, diviene segno e memoria ineludibile di quel potente gesto dell’iniziazione che sigillerà l’ avvio del percorso spirituale dei fedeli, quale replica e imitazione di quel battesimo suggestivo, che Giovanni il precursore praticò sulle acque del Giordano.

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